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Perfezionismo e ansia: come uscire dalla performance costante

8 set
Tempo di lettura: 5 min

Hai presente quella mail che rileggi per la quinta volta prima di inviarla? Oppure quel lavoro che avevi finito e che rifai da capo perché "così non va".

Parliamo di quella sensazione che assale di poter fare comunque meglio, che toglie la soddisfazione di aver fatto un buon lavoro.


C'è poi chi lo stesso problema lo vive al contrario: invece di rifare all'infinito, certe cose non le comincia nemmeno. Rimanda, evita, lascia perdere qualcosa che saprebbe fare benissimo, pur di non rischiare di sbagliarla.

Nelle attività quotidiane, siano esse lavorative, personali o professionali, sembrano solo il segno di una persona che tiene a fare le cose per bene e spesso è così. Ma a volte si tratta di perfezionismo misto ad ansia.


In questo articolo vediamo dove sta la differenza, cosa sta dietro a questo bisogno di controllo e quali strumenti abbiamo per rallentarlo senza rinunciare alla qualità del proprio lavoro.


Donna seduta alla scrivania che esita davanti a un lavoro da chiudere o da cominciare
Rifare all'infinito o non partire proprio: due reazioni opposte alla stessa paura di non essere all'altezza.

Chi rifà tutto e chi non comincia


Il perfezionismo si presenta in due modi, all'apparenza opposti:


  • Da una parte c'è chi non riesce a fermarsi, guarda un lavoro già buono e continua a limarlo: rilegge, corregge, aggiunge, toglie. Una mail che chiedeva mezz'ora ne porta via due, e alla fine la soddisfazione non arriva lo stesso, perché la testa è già sul dettaglio che si poteva sistemare.

  • Dall'altra c'è chi, per la stessa paura, non parte proprio. Ha le capacità per fare una certa cosa, a volte più di chi la fa davvero, e però la rimanda, la evita, trova una scusa. Meglio non farla che rischiare di farla male. È lo spreco più silenzioso che ci sia: competenze vere che restano chiuse in un cassetto, perché il rischio di sbagliare pesa più della voglia di provarci. Magari ti viene in mente qualcuno che conosci.


C'è anche un'altra cosa da considerare: le cose si imparano facendole, e si imparano soprattutto quando qualcosa va storto. E' lì che capiamo come farle meglio la volta dopo.

Chi evita di provare, per non rischiare di sbagliare, resta fermo dov'è; la sua capacità non viene mai messa alla prova, quindi non cresce e si perde anche la possibilità di scoprire strade nuove, di lavorare con più naturalezza, di buttarsi in qualcosa senza il peso di doverlo fare perfetto al primo colpo.


Sembrano due persone diverse, e invece dietro c'è lo stesso meccanismo, la reazione cambia, la causa no: la paura di non essere all'altezza.

In un caso ti fa rifare tutto mille volte, nell'altro ti blocca sul nascere.


La differenza che conta veramente è un'altra: quanto ti costa.

Avere standard alti, di per sé, è una qualità, il punto è il prezzo che paghi per mantenerli.

Se pretendere il meglio ti lascia comunque il tempo di respirare, di dormire, di startene tranquilla, allora ti sta aiutando.

Se invece ti tiene sveglia la notte, ti fa rimandare le cose o rifarle all'infinito, ti fa vivere ogni consegna come un esame, allora ti sta remando contro.


Perfezionismo e ansia: cosa c'è sotto


Quasi mai il perfezionismo riguarda davvero la cosa che stiamo facendo. Sotto la vocina che chiede di rifare, controllare, rimandare, quasi sempre c'è la paura di essere giudicate, di fare brutta figura, di deludere chi si aspetta qualcosa da noi.

Lo standard altissimo diventa allora una specie di scudo:

  • se il lavoro è impeccabile, nessuno può dirti niente

  • se non lasci spazio a un errore, nessuno può usarlo contro di te

Prisma di vetro appoggiato su una superficie chiara che scompone la luce del giorno
Guardare cosa c'è davvero sotto il bisogno di controllo è il primo passo. Spesso è la paura del giudizio.

Funziona come una difesa, e per questo ce la teniamo stretta.

Il guaio è che questa difesa ti si ritorce contro nel senso che più alzi l'asticella per sentirti tranquilla, più diventa faticoso arrivarci, e più cresce l'agitazione ogni volta che ci provi.

È qui che il perfezionismo e l'ansia si tengono per mano: uno alimenta l'altra, e la tranquillità che cerchi si sposta sempre un po' più in la.

A tutto questo si aggiunge la vita che facciamo, tra lavoro, casa, figli, a volte i genitori da seguire, le giornate sono già piene di cose che dipendono da noi. Chiedere a ognuna di venire perfetta è impossibile e innaturare.

Perché la forza di volontà non basta

Di solito, davanti al perfezionismo, la prima idea è quella di sforzarsi di meno. Ci diciamo che la prossima volta ci accontenteremo, che non rifaremo tutto tre volte, che stavolta la cosa la cominciamo e basta.

Poi arriva il momento e ci ritroviamo esattamente al punto di prima.


La volontà da sola non basta perché quella spinta a controllare, o a evitare, si accende da sé. Proviamo invece a vedere il meccanismo mentre parte, chiamarlo per nome, e lavorare sugli standard in modo pratico, con gesti che puoi ripetere. Quando smetti di contare solo sullo sforzo e cominci a usare qualche strumento, il perfezionismo molla un po' la presa e lii vediamo adesso, uno alla volta.


Quattro strumenti per rallentare


Questi strumenti hanno una cosa in comune: spostano la decisione a prima. Invece di combattere il perfezionismo mentre è in azione, gli togli terreno stabilendo le regole quando sei ancora lucida, prima di iniziare:

Acqua di un ruscello che scorre tra pietre levigate nella luce del mattino
Contro il perfezionismo la sola volontà rema controcorrente, serve un'altra strada

Decidi prima cosa vuol dire fatto bene abbastanza. 

Prima di metterti al lavoro, stabilisci cosa significa "averlo fatto bene". Un esempio: "Questa mail è a posto quando dice con chiarezza le tre cose che servono". Avere un traguardo deciso in anticipo ti dà un punto preciso dove fermarti con serenità.


Dai un tempo massimo, e rispettalo. 

Assegna a ogni compito un tempo e fermati quando finisce, anche se qualcosa si potrebbe ancora ritoccare. Se per una relazione hai un'ora, all'ora chiudi. Serve a spezzare la giostra dell'"ancora un ritocco", quella che da mezz'ora ti porta a due ore. All'inizio fermarti ti darà fastidio, ma con un po' di pratica, andrà meglio e ti ritroverai in mano il tuo tempo.


Guarda il pensiero perfezionista per quello che è. 

Quando arriva la voce che dice "così non va, rifai tutto", prova a notarla come un pensiero che passa, uno dei tanti che la mente sforna in un giorno. Puoi vederlo, riconoscerlo e lasciarlo scorrere senza dargli retta.

È la mindfulness applicata al giudizio: mettere una distanza tra il pensiero e il gesto, così che "devo rifare" non diventi in automatico "rifaccio": il pensiero resta, ma smette di comandarti.


Sposta lo sguardo sul lungo periodo. 

L'ultimo strumento riguarda il metro che usi. Il perfezionismo giudica ogni cosa come se fosse l'ultima: questa mail, questa riunione, questo pranzo devono venire perfetti, adesso. Prova a guardare più lontano: un lavoro fatto bene con costanza per mesi vale più di una prova perfetta seguita dallo sfinimento. La domanda giusta diventa: "Questo ritmo lo reggo anche tra sei mesi?". Se la risposta è no, quella che chiami eccellenza ti sta soltanto consumando.


Nessuno di questi strumenti abbassa la qualità di quello che fai, a cambiare è il prezzo che paghi per averla.

AdS
Donna in piedi vicino alla finestra con espressione distesa e respiro calmo
La qualità del lavoro resta, aa cambiare è il prezzo che smettiamo di pagare per averla.

L'angolo della pratica


Scegli una cosa che ti aspetta nei prossimi giorni: una mail importante, una relazione, un progetto a cui tieni o anche soltanto le faccende domestiche.

Prima di iniziare, scrivi da qualche parte, su un foglio o nelle note del telefono, cosa vuol dire averla fatta bene abbastanza.

Basta una riga: le due o tre cose che devono esserci perché sia pronta. Quando ci sono, ti fermi.

Decidere la soglia prima, quando sei tranquilla, è quello che ti fa riconoscere il momento in cui puoi lasciare andare.



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