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Sharenting: i rischi reali di pubblicare foto dei bambini online e 5 domande da farsi prima di farlo

  • 23 giu
  • Tempo di lettura: 15 min

C'è un gesto che ormai fa parte della quotidianità di milioni di genitori in Italia: scattare una foto al proprio bambino e pubblicarla sui social.

Il primo giorno di scuola, il compleanno, la recita di fine anno, la merenda al parco.

Un gesto naturale, affettuoso, spesso compiuto in pochi secondi senza pensarci troppo. Eppure dietro questa abitudine così diffusa si nasconde un fenomeno con implicazioni concrete sulla privacy e sulla sicurezza dei minori: lo sharenting. Conoscere i rischi reali dello sharenting vuol dire costruire, da oggi in poi, un rapporto più consapevole con la condivisione digitale dell'infanzia dei propri figli.


In questo articolo trovi tutto ciò che serve per decidere con cognizione di causa: cosa significa sharenting, perché la cerchia degli "amici social" non garantisce la protezione che immaginiamo, quali sono i rischi documentati da autorità come la Polizia Postale e il Garante Privacy, e un framework pratico di cinque domande da farsi prima di pubblicare qualsiasi foto del proprio figlio.


Trovi anche indicazioni su come gestire le immagini già condivise in passato, senza sensi di colpa e senza paralisi.

Perché la consapevolezza, in questo come in altri ambiti, è il primo strumento di protezione.

Mani di una donna che esitano prima di pubblicare la foto di un bambino sui social network
Il momento di esitazione prima della pubblicazione è il punto in cui si gioca tutto: pochi secondi di consapevolezza valgono più di mille regole tecniche.

Sharenting: cosa significa questo termine

Il termine sharenting nasce dalla fusione di due parole inglesi: share (condividere) e parenting (genitorialità). Indica la pratica con cui i genitori condividono pubblicamente sui social network informazioni, immagini e video dei propri figli minori.


Non si tratta di qualcosa di recente o marginale: è diventata, nel giro di un decennio, un'abitudine sociale così frequente da risultare normale.


Per capire la portata del fenomeno basta un dato:

secondo una ricerca del Children's Commissioner for England (ripresa anche da UNICEF Italia), entro il compimento dei 13 anni un bambino ha in media 1.300 foto e video già pubblicati online da genitori, parenti e familiari. Il dato risale al 2018: oggi, con la diffusione capillare di Instagram, TikTok e dei gruppi WhatsApp scolastici, la cifra è quasi certamente superiore.


Quello che rende lo sharenting un tema da affrontare non è il gesto in sé, ma il fatto che si tratti di dati personali di un minore che non ha la possibilità di esprimere un consenso informato.

Quando una mamma pubblica la foto del primo giorno di scuola con tanto di divisa, cartello, nome dell'istituto e geolocalizzazione attiva, sta condividendo informazioni sensibili che riguardano una persona (suo figlio) la quale non può scegliere se essere d'accordo o meno.

Quel bambino o quella bambina si troverà, da adolescente e poi da adulto, una storia digitale già scritta da altri.


Anche il Garante per la Protezione dei Dati Personali italiano si è espresso pubblicamente sul tema, definendo lo sharenting "un fenomeno da tempo all'attenzione del Garante, soprattutto per i rischi che comporta sull'identità digitale del minore".

Nel gennaio 2025 ha lanciato la campagna "La sua privacy vale molto più di un like", proprio per sensibilizzare i genitori italiani su un comportamento che è ormai automatico per moltissime famiglie.


Album fotografico tradizionale accanto a uno smartphone con galleria di foto digitali: il passaggio dall'archiviazione fisica alla condivisione online
Vent'anni fa le foto dei bambini finivano in un album conservato in casa. Oggi finiscono su server distribuiti in tutto il mondo: il gesto sembra identico, le conseguenze sono radicalmente diverse.

C'è poi un aspetto culturale che vale la pena considerare: vent'anni fa le foto dei bambini finivano in album fisici, conservati in casa, mostrati a parenti e amici durante le visite. Oggi finiscono su piattaforme digitali globali, archiviate su server distribuiti in tutto il mondo, accessibili (in vari modi e attraverso vari meccanismi) a una platea enormemente più ampia di quanto siamo abituate a immaginare. Il salto è radicale, ma il gesto che lo compie sembra identico a quello di una volta: scattare una foto a un figlio.

Ed è proprio questa apparente continuità a far sembrare lo sharenting una pratica innocua, quando in realtà i meccanismi sottostanti sono completamente diversi.

Ma io ho il profilo privato: perché non basta

"Tanto le vedono solo i miei amici", è la frase che più spesso accompagna la pubblicazione di foto dei bambini sui social. Una frase comprensibile, perché nasce da un istinto sano: il desiderio di condividere con le persone vicine i momenti più belli della vita familiare.

Il problema è che questa convinzione si basa su un'idea di "cerchia ristretta" che, nella realtà dei social network, non corrisponde quasi mai a quello che immaginiamo, per quattro motivi precisi:


1) La cerchia degli amici social è molto più ampia di quanto crediamo

Quando parliamo dei nostri "amici" su Facebook o Instagram, pensiamo spontaneamente alle persone vicine: la famiglia, le amiche storiche, i colleghi più stretti. Ma se proviamo a contare davvero i contatti del nostro profilo, scopriamo numeri molto più alti. Trecento, cinquecento, talvolta più di mille persone.

Di queste, quante conosciamo davvero? Quante abbiamo incontrato di persona negli ultimi cinque anni? Quante sono ex compagne di scuola di vent'anni fa, colleghi di un vecchio lavoro, amiche di amiche aggiunte senza pensarci troppo, conoscenze sfumate nel tempo?


La cerchia percepita è ristretta, la cerchia reale è ampia e in gran parte sconosciuta. È un meccanismo cognitivo normale: il cervello costruisce un'immagine emotiva dei "nostri amici" basata sulle persone più presenti nella nostra vita, ignorando le centinaia di contatti che restano sullo sfondo. Quando pubblichiamo una foto, però, quella raggiunge la cerchia reale, non quella percepita.


2) Una volta pubblicata, la foto esce dal nostro controllo

Anche immaginando una cerchia perfettamente fidata, basta una sola persona di quella cerchia per far uscire la foto dal perimetro che pensavamo di aver controllato. Lo screenshot è un gesto immediato, non richiede competenze tecniche e non lascia traccia. Una volta salvata sul dispositivo di qualcun altro, quella foto può essere ricondivisa in gruppi WhatsApp, mostrata a terzi, inoltrata, archiviata, manipolata.


Questo principio è ben noto a chi si occupa di sicurezza informatica: si chiama perdita di controllo all'origine. Qualsiasi contenuto digitale, nel momento esatto in cui esce dal nostro dispositivo, smette di essere nostro nel senso pieno della parola. Possiamo cancellarlo dal nostro profilo, ma non possiamo cancellarlo dai dispositivi e dalle memorie di chi lo ha già visto, salvato, ricondiviso.


3) Le impostazioni di privacy cambiano nel tempo

Le piattaforme social aggiornano periodicamente le proprie policy e le proprie impostazioni di default. Una foto pubblicata nel 2019 con visibilità "solo amici" potrebbe oggi essere visibile in modo diverso, a causa di aggiornamenti automatici, modifiche delle policy, o cambiamenti che richiedono un'azione attiva dell'utente per essere mantenuti.

La maggior parte delle persone non controlla le proprie impostazioni di privacy con regolarità: una volta sistemate al momento dell'iscrizione, vengono date per acquisite per sempre.


A questo si aggiunge un dettaglio spesso trascurato: le piattaforme stesse (Meta, TikTok, Google) hanno accesso a tutto ciò che viene caricato, indipendentemente dalle impostazioni di privacy verso gli altri utenti. Le foto vengono archiviate sui loro server e, attraverso i termini d'uso che firmiamo, utilizzate per addestrare algoritmi di riconoscimento facciale, sistemi di profilazione e, sempre più spesso, modelli di intelligenza artificiale.

Il consenso dato in fase di iscrizione autorizza usi che pochi utenti immaginano davvero.


4) L'intelligenza artificiale generativa ha cambiato completamente il gioco

Questo è il punto più recente e più sottovalutato. Negli ultimi due anni gli strumenti di intelligenza artificiale generativa sono diventati accessibili a chiunque: bastano poche foto del volto di una persona per generare immagini sintetiche, video deepfake, contenuti manipolati di ogni tipo.


E i numeri raccontano un'esplosione del fenomeno applicato ai minori:

L'Internet Watch Foundation, l'organizzazione britannica che monitora i contenuti pedopornografici online, ha registrato un aumento del 380% di immagini di abuso su minori generate con intelligenza artificiale tra il 2023 e il 2024. Il dato più impressionante riguarda però i video: si è passati da 13 video AI di abuso minorile nel 2024 a 3.440 nel 2025.

Una crescita esponenziale, in un solo anno.


Anche in Italia il fenomeno è documentato: nell'ottobre 2025 la Polizia Postale di Venezia ha arrestato un uomo che aveva raccolto online oltre 450.000 fotografie di minorenni, manipolandone una parte con strumenti di intelligenza artificiale per generare circa 1.000 immagini pedopornografiche sintetiche. Le foto provenivano da fonti diverse, raccolte dalla rete pubblica: tra queste, anche profili social di familiari.


Il punto da comprendere è che oggi non serve più che una foto venga "rubata" nel senso classico del termine, basta che sia accessibile, anche all'interno di una cerchia di amici apparentemente ristretta, perché un singolo contatto in malafede o un account compromesso possano farla finire in circuiti che nessun genitore vorrebbe immaginare.

Lista dei contatti social network: la cerchia reale degli amici online è molto più ampia di quanto immaginiamo
La cerchia che immaginiamo non è quasi mai la cerchia reale: tra "amici social" si nascondono spesso centinaia di persone che non frequentiamo da anni.

Sharenting rischi concreti: cosa può succedere davvero


Quando si parla di rischi legati alla pubblicazione di foto dei bambini online, è facile cadere in due estremi opposti: la sottovalutazione ("non è mai successo niente a nessuno") oppure l'allarmismo ("ogni foto è un pericolo").

La realtà sta in mezzo e si basa su fenomeni documentati da autorità istituzionali.


Oltre ai meccanismi descritti nella sezione precedente, con particolare riferimento all'uso dell'intelligenza artificiale generativa applicata alle foto di minori, vale la pena ricordare che le immagini "materia prima" utilizzate in questi casi provengono quasi sempre dalle fonti più accessibili: profili pubblici, account con impostazioni di privacy approssimative, gruppi familiari condivisi in modo poco accorto.

Ce ne sono poi due che meritano la stessa attenzione:


Tracciabilità, profilazione e identificazione del minore

Ogni foto pubblicata online porta con sé molte più informazioni di quelle che vediamo a colpo d'occhio.

  • Ci sono i metadati tecnici (data, ora, modello del dispositivo, in alcuni casi anche le coordinate GPS), che possono essere letti automaticamente da software disponibili a chiunque.

  • C'è il contesto visivo della foto: la divisa scolastica permette di identificare l'istituto frequentato, lo sfondo può rivelare il quartiere, un cartello o un'insegna possono indicare la città.

A questo si aggiungono le informazioni testuali che accompagnano la foto: il nome del bambino, l'età, la classe, il giorno della settimana in cui frequenta certe attività.

Ricomponendo questi frammenti, una persona malintenzionata può costruire un profilo dettagliato del minore: dove vive, dove studia, a che ora esce di casa, chi sono i suoi familiari, quali sono le sue abitudini. Non serve essere un esperto di sicurezza informatica per metterli insieme: basta una lettura attenta del profilo social di un genitore mediamente attivo.


Il Garante Privacy italiano, nelle raccomandazioni pubblicate a gennaio 2025, insiste proprio su questo punto: la protezione dell'identità digitale del minore passa anche dalla protezione delle informazioni contestuali, non solo dell'immagine in sé.


L'impronta digitale che il bambino erediterà

C'è poi un rischio meno immediato che riguarda il futuro del bambino. Una persona che oggi ha cinque o sei anni avrà, da adolescente e poi da adulto, una storia digitale che non ha mai scelto. Datori di lavoro, partner, compagni di scuola, semplici curiosi potranno accedere a foto, video e racconti pubblicati dai genitori quando il minore non era in grado di esprimere alcun parere.

Significa che la foto del bambino in lacrime per il primo giorno di asilo, oggi tenera e condivisibile, potrebbe diventare materiale di bullismo nella scuola media. Che il video della recita in cui ha sbagliato la battuta potrebbe riemergere durante un colloquio di lavoro a 25 anni. Che il racconto della malattia infantile pubblicato per chiedere supporto alla community potrebbe entrare a far parte di un dossier sanitario digitale ricostruibile da terzi.


Stanno già iniziando ad arrivare i primi casi di figli adulti che fanno causa ai propri genitori per le foto pubblicate durante l'infanzia. In Francia è stata approvata nel 2024 una legge che limita esplicitamente il diritto dei genitori di pubblicare immagini dei figli, riconoscendo che il diritto all'immagine del minore non coincide automaticamente con quello dei genitori.

È una direzione che probabilmente sarà seguita anche da altri paesi europei nei prossimi anni.


Il punto centrale è semplice: la dignità futura del bambino è già in gioco oggi, in ogni scelta di pubblicazione. E quella dignità appartiene a lui, non a chi lo fotografa.

Coprire il volto con un'emoji: utile, ma da sola non basta


Tra i metodi più diffusi per "proteggere" i bambini nelle foto pubblicate online c'è quella di coprire il volto con un'emoji, uno sticker o un cuoricino. È una pratica raccomandata anche dal Garante Privacy italiano, che nella campagna del gennaio 2025 ha incluso esplicitamente questo accorgimento tra le misure di tutela dell'identità digitale del minore. È quindi un gesto utile, che va nella direzione giusta.


Il problema è che, da solo, non è sufficiente. Il motivo è semplice: un'immagine pubblicata sui social non contiene solo il volto del bambino, contiene tutto un insieme di informazioni che permettono comunque di identificarlo, anche con il viso coperto.


Pensiamo a una foto pubblicata con un cuoricino sopra il volto del bambino. Cosa resta visibile?

  • il corpo, l'abbigliamento, la postura (riconoscibili da chi conosce il bambino).

  • lo sfondo, che spesso rivela la casa, il quartiere, la scuola.

  • eventuali altri familiari taggati nella foto, compresi fratelli o cugini il cui volto non è coperto.

  • la didascalia, che spesso contiene il nome del bambino, l'età, il contesto.

  • i metadati tecnici e, se la geolocalizzazione è attiva, anche le coordinate del luogo in cui la foto è stata scattata.


A questo si aggiunge un altro elemento: la coerenza tra le foto di un profilo. Se un account pubblica regolarmente immagini dello stesso bambino, alcune con il volto coperto e altre no (magari più vecchie, magari di un parente, magari in occasioni in cui ci si era dimenticati di aggiungere l'emoji), chiunque osservi il profilo può facilmente collegare le due tipologie di immagini e identificare il minore anche nelle foto "protette".

L'emoji sul volto resta quindi una buona pratica, ma va considerata come una misura tra molte, non come la soluzione definitiva.


La protezione reale della privacy del minore passa da un insieme di accorgimenti:

  • ridurre al minimo le informazioni contestuali

  • disattivare la geolocalizzazione

  • controllare regolarmente le impostazioni di privacy

  • evitare la pubblicazione di elementi che permettano di identificare scuola e abitazione

  • ma soprattutto interrogarsi prima di ogni pubblicazione se quella specifica foto sia davvero necessaria.

È esattamente di questo che parla la prossima sezione: un framework pratico di cinque domande da farsi prima di pubblicare qualsiasi immagine del proprio bambino.

5 domande da farsi prima di pubblicare una foto del proprio bambino


Dopo aver compreso i meccanismi reali della condivisione digitale e i suoi rischi, serve uno strumento pratico per applicare la consapevolezza alla vita quotidiana. Non un divieto, non una regola assoluta, ma un framework di domande da farsi nei pochi secondi che separano lo scatto dalla pubblicazione.


Queste cinque domande non hanno lo scopo di bloccare ogni condivisione, ma di trasformare un gesto automatico in una scelta informata. Si applicano a qualsiasi tipo di pubblicazione: post sui social, stories, gruppi WhatsApp familiari, contenuti inviati alle chat di classe.

Se anche una sola di queste domande riceve una risposta che mette a disagio, vale la pena rivedere la pubblicazione.


1. Questa foto contiene informazioni che potrebbero localizzare mio figlio?

Test per la sicurezza fisica del minore: una foto, può rivelare, come abbiamo spiegato, la posizione del bambino in modi diretti e indiretti.


La domanda → questa immagine permetterebbe a uno sconosciuto di sapere dove si trova mio figlio in questo momento, o dove si troverà domani alla stessa ora?


2. Sarebbe contento di trovarla online tra dieci o vent'anni?

Test della prospettiva temporale: la foto pubblicata oggi non scomparirà domani: resterà accessibile, in vari modi, anche quando il bambino sarà diventato un adolescente con una propria identità in costruzione, e poi un adulto con una propria reputazione professionale.


La domanda → se mio figlio domani, da adulto, scoprisse questa foto online, sarebbe orgoglioso che io l'abbia pubblicata?


3. La sto pubblicando per lui o per me?

Test dell'intenzione: richiede un'onestà che a volte è scomoda. Molte foto di bambini pubblicate sui social non hanno come obiettivo principale celebrare il momento del bambino: hanno come obiettivo (più o meno consapevole) ottenere validazione, complimenti, riconoscimento sociale per il genitore.

È un meccanismo umano, comprensibile, ma vale la pena riconoscerlo per quello che è.


Se la foto serve principalmente a dirci "che bella famiglia che siamo", "che mamma attenta sono", "che momento speciale stiamo vivendo", allora il vero soggetto della pubblicazione siamo noi, non il bambino. E in quel caso vale la pena chiedersi se non esista un modo più rispettoso di vivere quel momento: condividerlo con poche persone selezionate in privato, stamparlo per un album fisico, semplicemente goderselo senza bisogno di trasformarlo in contenuto.


La domanda → la sto pubblicando davvero per lui, o per il bisogno di essere vista come genitore?


4. Chi può vedere realmente questa foto?

Test della consapevolezza tecnica (e parte da una premessa onesta): spesso non lo sappiamo davvero. Le impostazioni di privacy che abbiamo configurato anni fa potrebbero essere cambiate. Gli amici stretti di Instagram che abbiamo selezionato all'inizio potrebbero includere persone che oggi non frequentiamo più. Il gruppo WhatsApp della scuola conta venti, trenta, talvolta cinquanta persone, molte delle quali sconosciute.


Prima di pubblicare una foto del proprio bambino, vale la pena dedicare cinque minuti a una verifica concreta:

  • aprire le impostazioni di privacy del social network in questione

  • controllare chi rientra effettivamente nella visibilità del post

  • valutare se quella platea corrisponde davvero a chi vorremmo vedesse l'immagine.


È un'operazione che si fa una volta ogni tanto, e che può rivelare sorprese significative.

Nota importante: anche con le impostazioni perfette, ogni contatto che vede la foto può salvarla, ricondividerla, mostrarla a terzi.


La domanda → chi può vedere realmente questa foto? Sono persone estremamente fidate?


5. Se questa foto venisse modificata da estranei, mi sentirei a mio agio nel saperla in circolazione?

È il test del peggior scenario possibile, ed è quello che molti genitori preferiscono non porsi. Ma è il più importante alla luce dei dati che abbiamo visto sull'intelligenza artificiale generativa.


Le domande:

  • L'immagine può finire in mani sbagliate?

  • Può essere manipolata per generare contenuti sintetici?

  • Può essere ritagliata per isolare il volto del bambino e usarla altrove?


Sono domande crude, lo so, ma sono fondamentali per la nostra sicurezza e quella dei nostri figli; rispondere onestamente aiuta a calibrare il livello di esposizione che ci sembra accettabile.

Questo test di 5 domande non ha lo scopo di far rinunciare a ogni foto, ma quello di distinguere, di volta in volta, tra immagini che possiamo permetterci di mettere online (perché meno esposte a rischi specifici) e immagini che è meglio tenere per noi. Una foto del bambino in costume al mare, per esempio, ha un peso diverso da una sua foto vestito davanti alla torta di compleanno, anche se a noi sembrano entrambe innocue.


La domanda → mi sento sicura a pubblicare questa foto?

Donna seduta a casa che riflette prima di pubblicare una foto sui social: il momento della scelta consapevole
Bastano pochi secondi di riflessione per trasformare una pubblicazione automatica in una scelta informata: è il piccolo gesto che fa la differenza nella protezione dell'identità digitale di un bambino.

Cosa fare se hai già pubblicato molte foto in passato


A questo punto dell'articolo è possibile, anzi probabile, che ti stia chiedendo: "E adesso? Io ho già pubblicato centinaia di foto di mio figlio negli ultimi anni. Cosa posso fare?".

La risposta è: molto. E si può iniziare oggi, senza panico e senza autocritica.

Le foto già pubblicate non sono cancellabili nel senso assoluto del termine (alcune potrebbero essere già state salvate da qualcuno o archiviate dalle piattaforme), ma è possibile ridurre significativamente la loro visibilità futura e impostare nuove regole per il futuro.

Ecco i passaggi in ordine di priorità:


Fare un audit dei propri profili social

Iniziamo guardando con occhi nuovi i propri profili. Aprire Facebook, Instagram, eventuali altri account, e scorrere indietro nel tempo:

  • quante foto del bambino ci sono?

  • Da quando?

  • Quali contengono informazioni sensibili (nome scuola, indirizzo, geolocalizzazione)?

  • Quali sono pubbliche e quali sono visibili solo agli amici?


Non serve fare tutto in un giorno, ci si può dare un orizzonte di una settimana o due, dedicando trenta minuti al giorno alla revisione.

L'obiettivo non è cancellare tutto, ma capire cosa c'è davvero online e prendere decisioni informate.


Rimuovere o rendere private le foto più esposte

Una volta fatto l'audit, è il momento di agire. Le foto che contengono informazioni che permetterebbero di localizzare il bambino (divisa scolastica visibile, cartelli, geolocalizzazione attiva, indirizzi) sono quelle prioritarie da rimuovere o rendere private.

  • Su Facebook è possibile modificare la visibilità di ogni singolo post passandolo da "pubblico" a "solo amici" o "solo io".

  • Su Instagram si può archiviare un post (rimuovendolo dal feed pubblico senza cancellarlo) o eliminarlo definitivamente.

  • Per le storie e i reel valgono regole leggermente diverse, ma il principio è lo stesso: ogni piattaforma offre strumenti di controllo retroattivo, basta dedicare tempo per utilizzarli.


Aggiornare le impostazioni di privacy generali

Indipendentemente dalle singole foto, vale la pena verificare le impostazioni di privacy generali di ogni nostro account:

  • chi può vedere i propri post di default

  • chi può cercarci, chi può taggarci

  • chi può scaricare i nostri contenuti.

Molte impostazioni sono nascoste in sottomenu poco intuitivi, ma la maggior parte delle piattaforme offre oggi guide passo-passo per la revisione completa.

In particolare, vale la pena disattivare la geolocalizzazione automatica dei post e delle foto. È un'opzione spesso attiva di default che molte persone non sanno nemmeno di avere.


Gestire le foto pubblicate da altri

Esiste poi un fronte spesso trascurato: le foto del proprio bambino pubblicate da altri. Parenti che condividono foto della festa di compleanno, amici che taggano in foto di gruppo, scuole o associazioni sportive che pubblicano foto delle attività. Anche queste contribuiscono all'impronta digitale del minore.


In questi casi è opportuno parlare direttamente con le persone coinvolte e chiedere la rimozione delle foto, oppure di non pubblicarne di nuove. Può sembrare un passaggio imbarazzante, ma è un diritto pienamente legittimo. Il provvedimento del Garante Privacy dell'ottobre 2025 ha confermato che la pubblicazione di foto di minori da parte di terzi (anche familiari) senza il consenso di entrambi i genitori può configurare un trattamento illegittimo dei dati personali del minore.

Per le scuole e le associazioni sportive, la legge italiana prevede che la pubblicazione di immagini di minori richieda il consenso esplicito di entrambi i genitori. Se non è stato richiesto o se si vuole revocarlo, è sufficiente una comunicazione scritta all'istituto o all'associazione.

Stabilire nuove regole per il futuro

Una volta sistemato il passato, l'ultimo passaggio è stabilire regole personali per il futuro. Non un manuale rigido, ma alcuni principi guida che si applicano automaticamente prima di ogni nuova pubblicazione.

Per esempio:

  • niente foto del bambino in situazioni private (bagno, vasca, nudità anche parziale)

  • niente foto che contengano elementi identificativi della scuola o dell'abitazione

  • niente didascalie con nome completo, età precisa, indirizzo o orari

  • geolocalizzazione sempre disattivata sulle foto che riguardano il bambino

  • prima di ogni pubblicazione, applicare il framework delle 5 domande


Stabilire queste regole significa trasformare la consapevolezza in abitudine. Dopo qualche settimana, diventa una normale abitudine.

Una scelta che parla di amore, non di paura


Pubblicare o non pubblicare la foto del proprio bambino non è una questione di regole rigide, di paura o di paranoia digitale, ma una forma di rispetto per la persona che quel bambino o bambina diventerà, per la sua identità futura, per il suo diritto a costruirsi una storia digitale a partire dalle scelte che farà per conto suo.

Mano di una mamma che tiene la mano di un bambino: proteggere la sua identità digitale è una forma di amore consapevole
Proteggere l'identità digitale di un figlio è una forma di amore silenzioso: parla del rispetto per la persona che diventerà.

Ogni genitore vorrebbe il meglio per i propri figli e molte nostre azioni sono dettate dall’amore e dall’orgoglio di essere la loro mamma e il loro papà.

Ma è innegabile che viviamo in una realtà complessa, e in un mondo digitale dove non tutte le regole sono chiare e non tutte le persone si muovono spinte da sentimenti positivi.

Prenderne atto è un dovere e una forma di quell’amore a cui li destiniamo ogni giorno.

AdS

💡 L'Angolo Digitale

La micro-azione di questa settimana


Scegli una sola foto del tuo bambino che hai già pubblicato sui tuoi profili social.

Applica il framework delle 5 domande viste in questo articolo:

  1. Contiene informazioni che potrebbero localizzarlo?

  2. Sarebbe contento di trovarla online tra dieci o vent'anni?

  3. L'ho pubblicata per lui/lei o per me?

  4. Chi può vederla realmente?

  5. Mi sentirei a mio agio se venisse modificata da estranei?

Se anche una sola risposta ti mette a disagio rendi privata la foto, archiviala o eliminala.


Inizia da una. Domani potrai farne un'altra.


donna seduta sul letto che lavora con il suo laptop

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